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27/04/2008

 

Ricordo bene gli anni dell’asilo, perché all’asilo ho raggiunto la mia completezza e maturità di uomo.

Ricordo la cuoca, i girotondi, il ritratto fotografico davanti al disegno murale del lupo cattivo.

Ricordo la cascina, la mia vicina che faceva il bagno nella tinozza, nel bel mezzo del cortile, e si vergognava, ma a me quel nudo non diceva proprio niente.

Ricordo che parlavo davanti a una botte arrugginita e le dicevo: "gli attributi e i contributi" e ascoltavo il suono di parole troppo difficili.

Ricordo i gradini stretti che portavano nelle stanze piene di santini, e i mattoni rossi che si accendevano al sole della sera. Ricordo il grande noce dietro casa.

Ricordo la mia prima ferita, un badile che avevo astutamente pestato e che mi si era rivoltato contro, tagliandomi la gamba sinistra. Ricordo il pianto come se fosse ora. Ero seduto e guardavo il mio taglio nuovo, e fu lì che capii che la vita sarebbe stata più o meno un fiotto di sangue.

Ricordo il pollice steccato in seguito a una caduta correndo fra i banchi dell’aula, nomi di bambini e di bambine, le cerbottane e le partite di pallone.

Ricordo quando diventai pirata sul balcone di casa e la condanna a morte che ancora adesso mi insegue. Ricordo le lune di tutte le sere calde e il disegno di un cratere che somigliava alla gamba di un’amica di mia nonna. Ricordo che cominciai a scrivere su un quaderno a quadretti, e che inventavo con i miei amici scene di paura e le recitavo sotto un grande cedro, nelle grigie giornate dove non c’era altro da fare.

Ancora ricordo una ragazza dai capelli lunghi e tenevo d’occhio alla finestra quando lei usciva e poi la seguivo poco distante e ancora adesso la ricordo e sono innamorato di quell’icona e a pensarci bene, anche se ero sicuro di no, lei si doveva essere accorta di quel passo incerto che la pedinava.

Ricordo con quello stesso passo evitare le righe del marciapiede e il numero quattro che elessi a numero sfortunato da quando diedi in sogno due schiaffi per parte sulle guance di mia nonna ed ella si trasformò in un teschio di gallina.

Ricordo l’eremitaggio dell’adolescenza, la scelta di avvolgermi nel mistero con il mutismo, davanti alla ragazza che mi piaceva, e lei alla fine scelse un altro. Decisi di parlare e di farmi avanti con una seconda ragazza, abbandonando il mistero e mettendo a nudo i miei sentimenti, e anche quella scelse un altro.

Ricordo che studiavo sempre, ma ora non ricordo cosa diceva il libro di storia a pagina trenta.

Ricordo che facevo sempre le cose senza esigere compensi, ma altri riuscivano a farsi pagare. Era la seconda cosa che capivo della mia vita.

Ricordo la fistola sacro coccigea, la rottura del tendine, dei legamenti del pollice, la scheggia di legno nel piede sinistro, il taglio sulla nuca contro il letto quando giocando a carte mi ero lasciato cadere indietro pensando - questo prima del dolore - "Ho vinto, sono fuori".

Ricordo di non essere più rientrato, da allora. E cercavo in ogni dove, guardavo le nuvole, bramando un appiglio che mi desse un buon motivo per tornare in me, ma né il colore dei cumulonembi né il soffio degli alisei si davano molto da fare per elogiare i vantaggi della salute.

Ricordo che volevo scrivere qualcosa per cui farmi perdonare, qualcosa per poter rientrare, ma non mi veniva nulla che non fosse il semplice ritratto del mondo. E allora mi sforzavo di scrivere ciò che la descrizione non presentava, violavo i sensi per portare alla luce rovine che nessuno vedeva, e anch’io facevo parte di quelle rovine.

E allora mi chiesi a cosa serviva scrivere, e me lo chiedo ancora adesso, e non descrivo nulla e non scavo negli strati della terra e non studio la dendrocronologia e aspetto che le parole vengano da sole come quando arriva la febbre o un conato di vomito.

Non posso far nulla per non ascoltarle, non posso lasciarle morire.

Salvo le parole, se questo è un mestiere. E’ un modo per rientrare, o forse per rimanere fuori per sempre.

postato da: robialquadrato alle ore 21:14 | Link | commenti
categoria:vita
20/04/2008

Voglio salutare pubblicamente l’azienda EUROPOLIGRAFICO, ora che ci siamo lasciati come due vecchi fidanzati che un giorno litigano di brutto e mandano tutto a monte, la casa appena comperata, la mobilia, l’amore.

Saluto i passi nel cortile ancora buio, le voci assonnate, le facce inguardabili di chi è stato buttato giù dal letto da una forza troppo grande e ancora si chiede cosa ci stia a fare lì. I chiacchieroni che dopo cinque minuti ti raccontavano la loro giornata minuto per minuto e quelli che dopo otto ore ancora non avevano detto quasi nulla e si erano limitati a sorridere.

Saluto le voci dei macchinari, sibili di aria compressa minacciosi come quelli di un serpente, gli equipaggi che andavano in postazione, mai pronti a una lotta impari. Le teste di minchia e i bravi ragazzi.

Saluto il distributore del caffè che mi ha avvelenato per sempre, e davanti al quale ho trovato le parole più profonde e le costruzioni più metafisiche.

Saluto anche gli amici che negli anni non mi hanno mai tradito e che hanno tenuto sotto flebo il profilo quasi estinto di un ideale socialista che vede nella fabbrica un luogo per crescere anche politicamente e culturalmente.

Saluto anche gli additivi tossici, le polveri sottili che si accumulavano per assenza di impianti di aspirazione, i maniglioni antipanico che portavano il panico perché si rompevano sempre, le benefiche inalazioni di acido delle batterie, il rumore sopra i novanta decibel e tutte quelle mansioni a cui si poteva dedicare in tutta tranquillità chi aspirava ad essere il fortunato proprietario di un’ernia lombare o cervicale.

Saluto tutti gli stati di alienzione che ho accumulato con il susseguirsi delle mansioni. Quando cominciavo a cavarmela bene mi facevano fuori, così niente biscotto-biscotto, medaglia medaglia.

Rimangono i dirigenti, gli pseudo dirigenti, i direttori, i vicedirettori, i sostituti dei vice e gli aiutanti e i portaborse dei sostituti. Sovente rimanevamo privi di plant manager per interi mesi, ma l’azienda si riempiva di vice direttori, tante piccole metastasi. A occhio e croce direi che erano il dieci per cento delle forza lavoro.

Giro a costoro le parole di Oriana Fallaci, perché non ho né l’intenzione né la voglia di parlare in prima persona. Mi ero ripromesso, nell’estate del 2007, di spedire - una volta spacciato - il testo sotto riportato a tutti gli utilizzatori di posta elettronica aziendale, ma la volontà dei potenti è così letale che devono aver captato le mie intenzioni, e con la forza del pensiero hanno fatto fuori il computer del mio ufficio una settimana prima che ci ritrovassimo in strada senza preavviso.

Spedisco le stesse parole ai condomini del 56, ai compagni di viaggio della compa, ai corridori del tapirulan, a coloro che solitamente mi leggono, perché tengano sempre alta la guardia.

 

"Un partito non ha bisogno di individui con personalità, creatività, fantasia, dignità: ha bisogno di burocrati, di funzionari, di servi. Un partito funziona come un’azienda, un’industria dove il direttore generale (il leader) e il consiglio di amministrazione (il comitato centrale) detengono un potere irraggiungibile e indivisibile.

Per detenerlo assumono solo manager ubbidienti, impiegati servili, yes-men, cioè gli uomini che non sono uomini, gli automi che dicono sempre sì. In un’azienda, un’industria, il direttore generale e il consiglio di amministrazione non sanno cosa farsene delle persone intelligenti e fornite di iniziativa, degli uomini e delle donne che dicono no, e questo per un motivo che supera perfino la loro arroganza: pensando e agendo gli uomini e le donne che dicono no costituiscono un elemento di disturbo e di sabotaggio, mettono rena negli ingranaggi della macchina, diventano sassi che rompono le uova nel paniere. L’ossatura di un partito e di un’azienda, insomma, è quella di un esercito dove il solato ubbidisce al caporale che a sua volta ubbidisce al sergente che a sua volta ubbidisce al tenente che a sua volta ubbidisce al capitano che a sua volta ubbidisce al colonnello che a sua volta ubbidisce al generale che a sua volta ubbidisce allo Stato maggiore che a sua volta ubbidisce al ministro della Difesa: preti, monsignori, vescovi, arcivescovi, cardinali, Curia, Papa. Guai all’illuso che crede di portare un contributo-personale-con-la-discussione-e-lo-scambio-di-vedute: finisce espulso o degradato o lapidato, come si conviene a chi non è in grado di capire o finge di non capire che in un partito, un’azienda, si consente solo di discutere su ordini già dati, scelte già fatte. Purchè, è sottinteso, la discussione non prescinda dai due sacri principi: obbedienza e fedeltà".

(O. FALLACI, Un uomo)

postato da: robialquadrato alle ore 18:08 | Link | commenti
categoria:vita
19/02/2008

Con il mio primo stipendio ho comperato pane e insalata.

Dopo tre giorni di pane e insalata il mio primo stipendio era terminato.

Sono andato dal direttore e gli ho detto: “Ho comperato pane e insalata per tre giorni e il mio stipendio è terminato”.

“Ma va’, impossibile. Io non conosco il tuo stipendio - lo devi trattare con il direttore del personale - però la cosa francamente mi sembra un tantino esagerata”.

“Francamente ho comperato un tantino di pane e insalata, e non ho più soldi”.

“Niente donne?”.

“Non conosco donna”.

“Niente gioco?”.

“Cosa è il gioco?”.

Il direttore si è fatto serio. Magari nel mondo di adesso chi non gioca si fa una cattiva reputazione.

“Ti hanno rubato i soldi?”.

“Li tengo sempre nelle mutande, perché mi hanno detto che ci sono delle persone che come lavoro prelevano i soldi degli altri”.

“E che pane hai comperato, vivaddio, si può sapere?”.

“Ciabatta francese”.

“Aahh! Eehh! Oohh!“ fa il direttore allargando le braccia come se volesse stringermi a sè. “Ciabatta francese, si capisce. Vive la France, la grandeur, ti tratti bene, caro mio”.

“Ma la ciabatta non è una cosa preziosa, si mette ai piedi prima di andare a letto”.

“Quella italiana, magari. Ma la francese, vivaddio, la francese! E dimmi: l’insalata?”.

“Radicchio trevigiano”.

Il direttore spalanca la bocca, rilucente di denti preziosi. “Ma no! Epperforza! Ci credo, io, che uno stipendio non basta. Stai parlando di un’insalata famosa nel mondo, mica l’indivia, che cresce anche lungo i fossi. Il radicchio trevigiano viaggia in aereo in prima classe ed entra nei migliori ristoranti di New York. Hai capito? I migliori!”.

“Ma io pensavo che il radicchio avesse il valore di una radice”.

“E un albero senza radici che fa? La radice è fon-da-men-ta-le!”.

“Ho capito” dico infilando la porta. “Fondamentale”.

Ho passato il resto del mese a cercare negli orti altrui radici fondamentali, e i proprietari degli orti a cercare le radici fondamentali che avevano perduto.

In quanto al pane francese, posso fare a meno della grandeur, io. Anche se non so cosa sia, è pur sempre un elemento aggiuntivo. La prossima volta chiederò un pane senza grandeur, con poco sale.  

postato da: robialquadrato alle ore 18:04 | Link | commenti (1)
categoria:vita
24/01/2008

Te l'avevo detto, Prodi. Non entrare nell'orto dell'Ulivo, là fuori ci sono dei tipi armati che fanno il saluto Romano

postato da: robialquadrato alle ore 21:43 | Link | commenti
categoria:politica
24/01/2008

Mi sono seduto al tavolo, in una stanza nuda decorata con un dipinto di nudo.

E’ arrivato, mi ha stretto la mano fredda e umida. Era appeso a una cravatta annerita e il suo alito sapeva di fogna alla menta.

"Lei vuole un lavoro. Perché?".

"Arrivo da molto lontano, ho bisogno di mangiare".

Sulle sue labbra è affiorato un sorriso e lì è rimasto, come una farfalla morta. "Cosa sa fare?".

"Nulla".

"E come mai è venuto qui?".

"Ne ho sentito parlare".

"In che termini?".

"Come di un’azienda che assume".

"E lei pensa che il nostro lavoro sia interessante?".

"Io non posso permettermi di pensare. Devo mangiare".

"Lei pensa spesso al cibo. Le manca l’affetto?".

"Mi mancano le forze. Non mangio da due giorni".

"Noi cerchiamo gente incapace. Se lei fosse capace non sarebbe qui".

"Appunto".

"Però la sua incapacità ci deve portare frutto, il segreto sta nell’esatta collocazione all’interno di una strategia che vede il lavoro di team come condizione imprescindibile".

"Ne sono convinto".

"C’è da formare delle scatole di cartone, che in un secondo tempo riempiremo con i nostri prodotti. Si sente così incapace da riuscire a fare le scatole per otto ore?".

"Lei ci riuscirebbe?".

"Io no. Non sono un incapace".

"Per me non è un problema".

"Allora si presenti domani. Con dieci minuti di anticipo, magari".

Beh, ero incapace, ma nel mondo di adesso tutti hanno una sveglia, o anche due. Persino un incapace riesce ad alzarsi in tempo, con una sveglia.

Il problema era che io non avevo una sveglia e non avevo soldi per comperarla. Così ho rubato un gallo, perché nei pollai non si trovano sveglie.

La luna era piena, passava attraverso i fori nel tetto, come le luci le carte bucate dei cieli sui presepi. Dormire con un chiarore così, per un incapace come me non costituiva un problema.

postato da: robialquadrato alle ore 19:03 | Link | commenti
categoria:vita
12/01/2008

Dicono, qui, che per mangiare si deve trovare un lavoro.

A me la cosa sembra strana: come dire che per leggere si deve trovare un uovo. Da noi le uova e la lettura sono molto diffuse, ma non hanno alcun nesso. Se mai tornassi un giorno dalla mia gente avrei tante cose da raccontare.

Come mi è stato suggerito, con l’anno nuovo ho cercato un lavoro. Come è fatto un lavoro? A cosa somiglia? L’ho cercato dappertutto, nei cassetti, sotto i tavoli, E' un attrezzo per raccogliere cibo? Un indicatore di direzione?

Ho cercato nelle piazze, sotto le panche delle chiese, nei vicoli odorosi. Era come una caccia al tesoro senza tesoro.

Ho chiesto a un vecchio, perché i vecchi sanno proprio tutto, e infatti egli aveva la risposta. "Vieni qui in piazza domani mattina presto, troverai lavoro". Fumava un sigaro e aveva la pelle secca e arrotolata come una foglia di tabacco bianco. Sorrideva senza davvero sorridere, non so come facesse.

Dicono che sono finite le feste, ed è iniziato un nuovo anno. Io lo inizio pensando a domani mattina, però le feste mi piacevano e mi spaventavano, perché servono a fermare per un po’ il corso del tempo, a rivangare giorni che non torneranno, a riesumare le spoglie di eventi lontani, come se ci si potesse fermare, o tornare indietro.

Se funzionasse davvero, per ritornare nel mio mondo prenderei il giorno del mio arrivo nel mondo di adesso, e ne farei una festa, ma giorno e festa penso siano come l’uovo e la lettura: sono molto comuni, ma non hanno alcun nesso.

postato da: robialquadrato alle ore 22:22 | Link | commenti (1)
categoria:vita
21/12/2007

Nel Mondo di Adesso si dorme bene.

Al risveglio avevo fame, ho camminato fin dove le case si facevano più vicine, fino ad abbracciarsi una all’altra. Dentro queste case, a volte alte fino alla volta del cielo, c’erano dei vetri, che mostravano ai passanti cose da mangiare.

Sono entrato e una signorina vestita di bianco, un angelo di quelli che da noi non sono così infrequenti, mi ha preparato un sacchetto. Questo, e questo, e quello, dicevo, indicando le forme o le sostanze che più attiravano la mia immaginazione. I bambini uscivano felici con la bocca piena.

Al momento di andarmene mi hanno fermato. Deve pagare, diceva l’angelo.

"Pagare? Come si fa a pagare".

"Per pagare bisogna avere i soldi, per avere i soldi bisogna lavorare" dice l’angelo, e mi porta via il sacchetto.

I bambini mi guardavano e sorridevano masticando.

Ho cominciato a fermare la gente per strada, suonavo campanelli, gridavo nelle piazze. "Devo lavorare. Devo lavorare!".

Uno con la barba bianca e il vestito rosso e un cappello pieno di lampadine a intermittenza mi si è avvicinato. "Non devi importunare i passanti".

"Ma io devo lavorare! Mi serve lavorare per pagare quello che porto via dalle vetrine".

"Ormai siamo sotto Natale – ha detto l’uomo rosso – aspetta che passino le feste" e mi ha allungato della carta. "Con questi puoi mangiare – ha detto – ma non importunare i passanti".

E così con la carta sono andato a ritirare il mio sacchetto in cui avevo fatto mettere e questo e questo e quello e anch’io sono uscito con la bocca piena e sorridevo come un bambino.

Solo, non ho capito cosa sia il Natale nel Mondo di Adesso, e quale sia la sua utilità.

 

postato da: robialquadrato alle ore 22:25 | Link | commenti
categoria:vita
23/11/2007

La seconda cosa da fare nel Mondo di Adesso era cercarsi un tetto.

Ne ho trovato uno in buono stato, usato, ci ha piovuto su solo diciotto volte.

Sotto i ponti, nei vicoli maleodoranti di periferia, nei giardini pubblici, i senzatetto mi cacciavano via. "Cosa fai, qui in mezzo a noi? Vai via, vai con gli altri". Pronunciavano "altri" con una vena di ostilità.

Mi sono trovato una via tranquilla, mi sono piazzato dopo l'ultima casa, appena prima dei campi.

La gente mi tirava le verdure e io le raccoglievo. Hanno cominciato a tirarmi i piatti, ed io li prendevo al volo. Hanno iniziato a spararmi. Anche le pallottole si possono prendere, ma non servono a molto.

Così, con il mio tetto impallinato, mi sono trasferito in una zona franca, priva di case, di ponti, di gente.

Ho deposto la verdura ai piedi di un albero, ho stivato i piatti in fila per terra, come in una credenza.

Meglio dormire presto.  Le giornate diventano lunghe, quando si va a cercare quello che qui chiamano lavoro. Pare sia molto importante.

Spari lontani. Forse contro un altro che non può stare nè di qui, nè di là. Chissa se l'hanno beccato. 

postato da: robialquadrato alle ore 20:45 | Link | commenti (1)
categoria:vita
22/11/2007

La prima cosa che ho provato nel Mondo di Adesso non era paura, non era impotenza.

Era una smisurata, incontenibile fame.

Sono entrato in pizzeria e ho chiesto quattro pizze:

una con patatine fritte e mozzarella;

una con patatine fritte e poca mozzarella;

una con patatine fritte, senza mozzarella;

una alle verdure.

"Quella diversa è del capofamiglia?" dice il ragazzo.

"Sono tutte per me" dico.

"Tre sono un solo gusto" obietta.

"Anche la vita è una sola, ma bisogna prenderla per gradi".

"E la pizza alle verdure? Cosa c'entra?".

"Questa è un'altra storia".

Sono uscito con le mie quattro scatole fumanti. Ho mangiato sul pendio di un cavalcavia autostradale. Guardavo passare i fari in velocità. 

  

postato da: robialquadrato alle ore 21:21 | Link | commenti (2)
categoria:vita
21/11/2007

Nato dopo soli quarant'anni di gestazione, espulso dall'utero come un corpo estraneo, lanciato a folle velocità attraverso i cieli e forse l'Ade, sono caduto su un pianeta che si chiama Mondo di Adesso.

Nel Mondo di Adesso i bambini nascono dopo pochi mesi, è naturale che non capiscano nulla. Quando arrivano quarant'anni continuano a non capire nulla, perchè sono sempre vissuti fuori. Da noi invece fino a cinquanta uno vive nel grembo materno, ma quando esce si sa cambiare da solo. Volendo può fare la spesa in modo completamente autonomo. Capisce che i calzoni a quadretti sono inopportuni, capisce, sebbene in modo grossolano, la differenza fra bene e male, è docile verso se stesso e verso le specie.

Ecco perchè, dopo la mia eiaculazione forzata, è stato come avere pochi mesi. Non capire nulla dei comportamenti, delle azioni, dei progetti, dei programmi, dei calcoli di quella gente.

Il Mondo di Adesso è simile a quella che noi chiamiamo dannazione eterna, solo che ci si danna per lo spazio di una vita umana. Cadendo nel Mondo di Adesso pensavo di essere morto, invece era iniziata la mia vita da esiliato.      

postato da: robialquadrato alle ore 20:12 | Link | commenti
categoria:vita